LA Regione Lazio
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Il BIC Lazio ha preparato un rapporto sull’artigianato artistico della Regione sulla base delle risposte fornite ad un questionario inviato agli artigiani. Quello che emerge dalle risposte è che il settore dell’artigianato nel Lazio, soprattutto quello artistico e di qualità è un settore molto attivo, vivo e qualificante, nonostante le contingenze economiche e la difficoltà a tramandare arti e mestieri nel tempo. |
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L'Artigianato Artistico nel Lazio
Il 10 luglio del 2007 il
Consiglio Regionale ha approvato la Legge 10 Disciplina generale in materia di
artigianato. Gli obiettivi portanti della legge sono la semplificazione, lo
sviluppo del settore e la tutela dell’artigianato artistico e tradizionale,
autentico patrimonio storico e culturale del territorio.
Analizzando, i dati della ricerca fatta dal Bic Lazio, si ha la sorpresa di scoprire che l’artigiano artistico non è per nulla anziano, come ci si aspettava, ma due volte su tre è un individuo tra i 30 e 50 anni (la cui componente femminile è sempre più rilevante), mediamente istruito, che dichiara di conoscere almeno una lingua e vive del proprio mestiere d’arte. Anche il dato sull’età delle imprese conferma che l’artigianato è un settore vivo, visto che la metà delle imprese è nata dopo il 2000, mentre poco più del dieci per cento sono le ultratrentennali. Il processo produttivo utilizzato per la realizzazione dei prodotti artigianali laziali segue per lo più metodi ed antiche procedure. Ma nonostante questo, le botteghe sono riuscite ad innovarsi, dando continuità al proprio lavoro ed alle tradizioni, rimanendo in questo modo competitive in un mercato profondamente cambiato e difficile come quello attuale. L’artigianato rappresenta d’altronde un'importante risorsa non solo per l’occupazione ma anche per il turismo ed è fondamentale quindi operare in sinergia con enti, istituzioni e con tutti gli attori che operano sul territorio. Tuttavia, poichè l’intero settore produttivo italiano sta vivendo un momento di crisi, diventa necessario studiare nuove misure per aiutare le imprese artigiane a promuoversi, a valorizzarsi e ad aumentare la propria visibilità esterna diffondendo l’elevato valore estetico e la tipicità delle lavorazioni anche in un'ottica di apertura verso i mercati internazionali. Dall’indagine trapela una richiesta di aiuto ad individuare davvero una soluzione che distingua questi artigiani da chi assembla semilavorati o ancor peggio vende cineserie spacciandole per lavori manuali. C’è quindi bisogno di un processo di riconoscimento e di distinzione che faccia leva sui punti di forza che loro stessi hanno indicato. La manualità, la qualità dei materiali utilizzati e il valore estetico sono gli aspetti su cui puntare, che però hanno la necessità imprescindibile di dover essere narrati; ciò comporta non poche difficoltà di commercializzazione, che a loro dire non è facilmente delegabile proprio perché questi prodotti hanno bisogno di essere conosciuti da chi li vende (interiorizzati, per essere appunto raccontati). Sono quasi tutti d’accordo che un marchio chiaro, autorevole e trasparente nelle procedure di assegnazione aiuterebbe questo processo. Gli artigiani artistici incontrati sarebbero ben contenti di ricevere le visite in laboratorio, da parte di chi deve controllare l’effettiva qualità artistica dei manufatti, proprio perché la passione che li accomuna li rende molto orgogliosi di dimostrare il valore del proprio lavoro frutto di rare abilità tecniche Si aggiungano la difficoltà del ricambio generazionale che sta portando alla progressiva estinzione degli apprendisti dalle botteghe artigiane dovuta a diversi fattori tra i quali la mancanza di spazio per ulteriori operatori, la mancanza di tempo per insegnare, la poca disponibilità di allievi, l’insostenibilità dei costi, ma soprattutto il raggio d’azione limitatissimo in cui operano queste imprese, quasi sempre relegate in mercati di nicchia locali, che fra l’altro sembrano assottigliandosi sempre di più. Una quota ridottissima di imprese lavora sui mercati esteri, un po’ per la difficoltà di saper rispondere alle esigenze di una domanda abituata a numeri diversi (la gran parte delle imprese produce pezzi unici), sia per una difficoltà diffusa di trovare destinazioni fieristiche adeguate. Del resto le imprese artigiane artistiche del Lazio non si promuovono e quando lo fanno utilizzano strumenti che possono essere adeguati ai contesti micro (volantini, brochure, a limite siti internet poco sofisticati). Pur consapevoli che il passaparola è il canale privilegiato per questo genere di prodotti (per la loro narrabilità appunto), nella quasi totalità dei casi ignorano le nuove opportunità provenienti dal web e in particolare dal cosiddetto social media marketing(che invece può ben adattarsi a tali caratteristiche). Un ingrediente fondamentale per lo sviluppo imprenditoriale di soggetti di dimensioni tanto ridotte è la fiducia, che può favorire od ostacolare la collaborazione orizzontale tra botteghe. L’aggregazione, qui più che mai, sembra comunque una strada inevitabile e non spaventa gli artigiani per il pericolo di una possibile crescita della concorrenza, perché «nei nostri prodotti c’è incisa l’anima di chi li lavora», come a dire che si possono copiare, ma non eguagliare. La consapevolezza che solo attraverso l’unione e l’identificazione con un determinato territorio si possono abbattere i costi per far sbarcare i propri prodotti sui mercati esteri è piuttosto diffusa. Il collegamento con la questione delle fiere è qui strettissimo, un argomento molto sentito e dibattuto dagli artigiani. Allora innanzitutto le fiere è bene che non siano troppo grandi, meglio se raccolte e dedicate. In alternativa, quando si svolgono in location enormi come Firenze, Milano o Roma si potrebbe ragionare sul dedicare una giornata al solo accesso di compratori opportunamente selezionati. Gli artigiani artistici non guardano necessariamente alle fiere come occasioni per fare cassa ma come un momento per «stringere nuove relazioni» che consentano in un secondo momento di aprire nuovi canali di vendita. Ma è assolutamente indispensabile che non si annacqui la qualità delle opere esposte, mischiandola con prodotti industriali a basso valore aggiunto, spacciati come artigianali. No anche alla partecipazione a manifestazioni popolari generaliste quali le sagre o le feste di paese che alla fine risulta controproducente, non solo perché spesso vengono trattati come «cornice alla festa» (non attribuendogli dunque la giusta visibilità e considerazione), ma anche perché, psicologicamente, chi partecipa ad una sagra non è propenso a spendere cifre consistenti per un oggetto d’arte; al pari della tipicità e del ricordo preferisce l’enogastronomico (una pezzo di formaggio, un barattolo di miele). È emerso poi l’ulteriore l’ipotesi di organizzare, in stretta sinergia col turismo, tour per le botteghe artigiane (meglio se concentrate in spazi comuni) in cui compratori esteri potrebbero visionare i prodotti direttamente in bottega, entrando in relazione diretta con l’artigiano (aspetto determinante per la tipologia di prodotti di cui si parla). Ovviamente non si parla del turismo di massa, ma di un turismo più consapevole che sia sensibile ad aspetti quali la tipicità, la conoscenza vissuta del territorio, il desiderio di comprensione e contestualizzazione storica, il contatto diretto con persone ed esperienze autentiche, il valore del paesaggio e così via. Per fare ciò bisogna agire in ottica sistemica e dunque affrontare il territorio con una visione d’insieme riuscendo a descrivere le correlazioni manifeste tra l’artigianato artistico ed altri settori ad esso più o meno contigui e possibilmente far emergere quelle latenti. |
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