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LA STRUTTURA DELLE CORPORAZIONI ROMANE

U
na delle fonti più autorevole che tratta il tema delle associazioni dei mestieri della Roma antica è Plutarco, ricostruendo gli avvenimenti accaduti alcuni secoli prima, durante il regno di Numa Pompilio (754-673 a.C.). 

Da quanto e dato sapere, i primi raggruppamenti dei mestieri, cugini delle corporazioni medievali, erano aggregazioni che servivano strategicamente per mantenere un certo equilibrio sociale e politico e preservare una certa stabilità in una città non molto unita:

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“poiché la città era composta da due nazioni, o per meglio dire, separata in due parti che non volevano in alcun modo unirsi, né far tacer quel dissenso che faceva nascere tra essi ogni giorno risse e contese interminabili, egli penso che come i corpi solidi non possono mescolarsi insieme quando sono interi, ma si uniscono più agevolmente quando sono sminuzzati o ridotti in polvere, facilitando l’unione la piccolezza delle parti, così è necessario dividere il popolo in tante piccole parti e creargli perciò degli interessi particolari.”

Infatti, pare che esistevano già almeno otto collegi che raggruppavano altrettanti tipi di attività che ancora oggi è possibile trovare traccia delle iscrizione e dei simboli che ricordano l’ubicazione sul Campidoglio: quattro sono situate lungo la parete sinistra della gratinata che conduce al portico del Vognola (Albergatori, muratori, fornai, sarti) altri sei sotto il portico del palazzo dei conservatori (speziali, donacali, macellari, falegnami, osti, fabbri).

Questa peculiarità, il suo essere capitale dello Stato Pontificio e il centro del Cattolicesimo, conferiva alla componente religiosa un ruolo di primaria importanza in tutti gli aspetti della vita quotidiana nella città, e quindi, di conseguenza, anche delle corporazioni di arti e mestieri.  Infatti, lo spirito religioso emerge chiaramente nella lettura dei loro statuti, tutti solennemente redatti in nome di Dio, Gesù Cristo, la Vergine e i santi.

Fino a quasi alla fine del XVIII secolo il carattere dominante dei mestieri fu l’aggregazione o l’associarsi delle loro componenti in due forme organizzative: Confraternite e Università.

I due organismi erano indipendenti, giuridicamente e amministrativamente tra di loro.  L’università presidiava alle necessità legali, alle rappresentanze economiche e organizzative del mondo del mestiere.  Formalmente le decisioni all’interno delle differenti università (così chiamate perche raccoglievano l’intero “universo” di coloro che esercitavano una stessa professione) erano prese in modo assembleare e la totalità degli associati aveva la facoltà di eleggere i propri consoli, che, stabilendosi sul Campidoglio, assumevano un ruolo primario nel governo della città.  Purtroppo, non tutte le arti avevano accesso al colle, e la preponderante potenza economica acquistata dalle arti maggiori le portò ben presto a conquistare una notevole supremazia rispetto a quelle minori.   

La confraternita, invece, si collegava alle richieste spirituali degli associati di avvicinarsi a Dio attraverso la preghiera e gli atti meritori.  Gli obblighi religiosi per i membri erano particolarmente rigidi: Ognuno doveva assistere, con frequenza stabilita, alle funzioni religiose e confessarsi almeno due o tre volte l’anno.  Anche se l’esempio che proveniva dall’alta sfera nobiliare ed ecclesiastica non era dei migliori, alle popolazioni veniva richiesto un ferreo rispetto della moralità: cortigiane e concubine erano di norma presenti nei palazzi del potere, osti e albergatori non potevano ad esempio favorire “particolari” incontri né incoraggiare il gioco, mentre le bestemmie erano punite con pesanti ammende e fustigazioni.  Anche se severe multe erano minacciate per i trasgressori, la prescrizione rimaneva spesso lettera morta.

Ciascuna università aveva il proprio cardinale protettore (figura prestigiosa incaricata di difendere in alto loco gli interessi degli artieri) e un santo patrono (scelto in genere perché in vita era in qualche modo collegato, oppure aveva direttamente svolto un’attività analoga a quella corporazione).  Spesso erano annessi un oratorio e un ospedale. 

Dal XV al XVIII secolo l’importanza delle corporazioni ha subito un progressivo ridimensionamento.  Lo sviluppo delle forze produttive con l’espansione dei mercati e soprattutto lo sviluppo delle teorie liberaliste rendeva sempre più obsoleto l’ormai consolidato sistema protezionistico.  Le università con i propri statuti, i rigidi regolamenti interni e le innumerevoli limitazioni, costituivano quindi un ostacolo anziché uno stimolo per le nuove imprese e il progresso economico. 

Con lo scopo di riorganizzare l’economia pubblica, Pio VII, nel 1800, abolì molte corporazioni, tenendo fuori solo quelle utili per la salute, la fede e la sicurezza pubblica.  Questo atto lasciò un vuoto organizzativo, soprattutto tra gli aderenti alle arti meno potenti.  Ma si sostenne che le università non avevano più ragione di esistere, erano diventate ormai organizzazioni anacronistiche e perciò, con l’applicazione della legge del 17 luglio 1890, i beni delle confraternite e delle congregazioni religiose vennero incamerate dallo Stato, mentre il vuoto venne in seguito colmato con la costituzione di associazioni più adeguate ai tempi, quali le prime leghe e società di mutuo soccorso dell’allora nascente movimento operaio.

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Approfondimenti

Traina: I mestieri roma antica
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Bibliografia

  • La Stella Mario.  Antichi Mestieri di Roma. (1982)
  • Staccioli Paola. Roma Artigiana (1996)

Sitografia

  • Università e Nobil Collegio degli Orefici

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